| Pubblicato su: | L'Eco di Bergamo, anno LIX, fasc. 24, p. 3 | ||
| Data: | 30 gennaio 1940 |

pag.3
Sul numero di gennaio de
«Il Frontespizio», l'accademico
Giovanni Papini traccia, con
la chiarezza inarrivabile del
suo stile, il volto disumano
di certa arte in voga. Siamo
lieti di segnalare ai nostri
lettori quesiti nuova voce,
autorevole e documentata,
che viene ad aggiungersi a
quella da noi altra volta
segnalata.
Tutti avvertono, al par di me, la progrediente disgiunzione tra le ultime mode dell'arte e i sentimenti più vivi e profondi dell'uomo. Tutti son testimoni, e spesso intolleranti testimoni, di questo prevalere del cervello, anzi di mere «trovate» cerebrali, sull'ispirazione e sulla passione, e perfin del meccanico e del fisico sui moti naturali dell'anima vivente.
L'arte, insomma, non più riuscendo ad essere sovrumana, è divenuta inumana, disumana. S'è straniata dall'uomo vero e intero, dagli istinti, dagli ideali, dai desideri, dagli amori di quella creatura fatta di sangue e di spirito ch'è l'uomo.
Entrate in un'esposizione e vi trovate dinanzi a fantocci incantati e a manichini verniciati, a cose o forme stramorte; entrate in un edificio cosiddetto razionale e vi sentite prigionieri di superfici geometriche gelide, nude, ostili, inospitali, senza speranza d'intimità e di raccoglimento; ascoltate un concerto di musiche ultimo stile e invece di sentirvi consolati e commossi siete aggrediti dalla pioggerella o dalla buriana di accordi discordi e di strepiti agri e dispettosi o tutt'al più dall'uggia di un inconclusivo gioco sonoro; leggete una poesia e non vi sentite inondato da un calor nuovo ma ravvolti in un biribissaio di sensazioni continue, di allusioni male interpretabili, di agguati e conati verbali che vi offrono, tutt'al più, una lieve soddisfazione musicale.
Dappertutto senso di freddo, di solitudine, d'indifferenza e distanza. Disse una volta il Tocqueville che il gran nemico dell'uomo, in ogni senso, è il freddo. L'arte d'oggi è arte ghiaccia, arte artica, cioè nemica dell'uomo o, almeno, estranea alle più vitali esigenze dell'uomo.
Leggete i racconti dei giovani e dei giovanissimi. Vi predomina una svagata indifferenza, un'aria astratta e distratta, un senso di gelata obiettività e di voluto distacco, appena attenuato da qualche notazione lirica. Oppure si torna al grottesco, al mostruoso, all'inverosimile, al caricaturale, cioè si abbandona risolutamente la verità umana.
Nel teatro son venute giustamente a noia le sciocche e artefatte commedie borghesi, indesiderabile eredità dell'Ottocento francese, ma i tentativi nuovi consistono nel ridurre la commedia a motteggiante discussione di problemi sociali e sessuali, come nello Shaw, o nel trasformare il dramma in una casistica di problemi psicologici, filosofici, intellettualistici e relativisti, come troppo spessa accadde a Pirandello.
Nella pittura è ancor peggio. Mentre in altri tempi le marionette cercarono d'imitare i movimenti e gli aspetti della vita ora gli esseri umani dipinti da certi pittori imitano la spettrale compostezza dei burattini, delle bambole di stucco, delle statuine di gesso colorato. E dalle nature morte, che già erano una abdicazione del più alto ufficio della pittura, siamo passati agli oggetti morti, agli strumenti artificiali, alle tele occupate di squadre e compassi, di busti e teste di cartapesta, di plastici da museo froebeliano e da scuola di disegno.
Le case, poi, son divenute, seguendo la satanica formula di Le Corbusier, macchine per abitare, fatte a serie, dove non è più traccia di quei sentimenti ai quali soddisfacevano l'architettura classica antica e quella dell'Umanesimo. Edifici nei quali le pretese comodità scientifiche rendono la vita più triste e più schiava; dove non trovi la dolcezza di un arco, la grazia di una decorazione, quella benevolenza di caldo rifugio che senti perfino nelle più umili case vecchie dí campagna. Non sembrano, quegli edifici, fatti per uomini veri ma per galeotti della burocrazia, per detenuti di passaggio e soprattutto per automi metallici, per i Robot di Ciapek, per i bambolotti semoventi di Vaucanson.
La musica s'è ridotta, a poco a poco, ad una fastidiosa acrobazia d'incongrue dissonanze e ha l'odio per tutto ciò che assomiglia alla melodia, al canto spiegato, alla commozione. La poesia si contenta di squisitezze e raffinatezze immaginative e stilistiche a uso degli iniziati e degli adepti, quando non si riduce addirittura, come nei surrealisti, alla scittura automatica di paranoici volontari. La letteratura, incapace o paurosa delle passioni, ha rinunziato da un pezzo all'epopea, canto trionfale delle grandi gesta, e alla tragedia, catarsi dell'umano dolore attraverso i destini e i contrasti degli dei e degli eroi, a quella tragedia ch'è forse la cima più alta dell'umana poesia.
Non tutta l'arte dei nostri giorni è, s'intende, fino a questo punto disumana. Ci sono ancora artisti che non hanno rinunziato alla pienezza della loro umanità e si sforzano di creare opere umane per esseri umani. Ma costoro, secondo la parola d'ordine della recente carboneria estetica, sono dei sorpassati, dei moribondi che si ostinano a non voler morire. E purtroppo, accanto a questi c'è sempre chi compone romanzetti o romanzoni all'ottocentesca, chi scrive poesie arcadiche, allegoriche o romantiche, chi dipinge alla maniera accademica, verista o macchiaiola, chi edifica false chiese romaniche e ville rinascimento, E in questi casi ai tratta davvero di provinciali fuor di corrente, di gente mediocre che non è considerata dalla critica e tanto meno può esser seguita dai giovani.
Ma, d'altra parte, coloro che cercano ancora nell'arte ciò che l'arte ha quasi sempre offerto agli uomini, cioè il riflesso e il risveglio degli umani sentimenti, hanno un'istintiva repellenza per l'arte che abbiamo chiamato disumana — anche se per timidezza o paura di passar da codini e da capi chiusi non lo confessano — e tornano, clandestinamente o no, ai vecchi libri dei vecchi, ai canori melodrammi del secolo passato, all'antica pittura eroica e sacra, all'architettura dell'età classiche, eppure, ed è assai peggio, cercano soddisfazioni approssimative ai loro bisogni passionali nelle canzoni di moda, nelle pitture di magazzino, nei romanzi di avventura o nei bestiali capolavori del cinematografo americano.
Quando non offrite più al popolo pan di grano nè vino generoso lo vedrete per forza masticar gomma sudicia e ingollare camomille e zozze. Avremo, come accade, un pullulamento di tentativi favoriti soltanto dalla vanità e dalla curiosità di pochi e, dall'altra parte, la fame e la sete dei più. Tra coloro che offrono ripetizioni viete e mence di un passato grande e coloro che, sia pure con maggior ingegno, si trastullano nei labirinti dell'arte disumana non è dato, all'uomo che cerca bellezza e verità, di scegliere. Nè il vecchiume trito e sfatto nè la novità ghiaccia e meccanica possono contentare i nostri gusti di popolo schietto e vigoroso nè rispondere ai nostri desideri di esseri forniti di sangue e muniti di cuore. Da ciò la crescente disaffezione per l'arte che si vede o intravede nei più, a dispetto di certe illusive apparenze.
Tutti sentono questo disumanarsi dell'arte — ben diverso dal transumanarsi dantesco — e questo assideramento e questa scissione. E molti si dolgono o stanno perplessi e smarriti come colui che si veda cambiata a poco a poco in figura di marmo la donna viva e calda che amava. Ma piuttosto che stupirsi o garrire val meglio, in questi casi, cercare d'intendere.
Le cause di questa mutazione dell'arte, già avvertibile col principiar del secolo nuovo, ma che s'è operata soprattutto dalla fine della grande guerra in poi, sono, a mio parere, più di una. E la prima, e più ovvia, è il natural desiderio che in ogni epoca sollecita i più inquieti e ambiziosi tra i giovani a preferire il contrario e l'opposto di quelle qualità ch'erano il segno e il vanto dell'epoca finiente, dell'epoca dei nonni e dei padri.
Allo stracco verismo dell'ultimo Ottocento risponde la cosiddetta «arte metafisica»; all'esosa architettura sovraccarica, composita, eclettica o «liberty» la cosiddetta «architettura razionale»; al melodramma verdiano, mascagnano e pucciniano tutto irrorato di patetici umori risponde la musica novecentista che scatta ogni quadratura, rifiuta il cantabile e, per errore del sentimentalismo, rifugge anche dal sentimento; al romanzo borghese e al romanzo dannunziano, quello troppo sciatto, monotono, ipocrita e mondano, questo simile a uno che cammini sui trampoli parlando in punta di forchetta, risponde l'odierna narrativa asciutta e indifferente, scucita e volutamente impassibile e disadorna; alla poesia discorsiva ed eroica di Carducci, a quella imperiosa e pomposa di d'Annunzio, a quella leziosamente agreste del Pascoli risponde la cosiddetta «poesia ermetica» di oggi, che scansa i grandi temi tradizionali e, dietro gli esempi francesi, s'industria di evadere dalla comunalità dei pensieri e degli affetti consueti, cercando, colla guida d'invisibili numi, di aprire le porte di sconosciute bandite spirituali; alla prosa solida e viva e ricca quale s'era venuta formando dopo il Carducci vorrebbe rispondere la prosa faticosa, tra belfagoriana e mandragorica, che a forza di voler dire più di quel che dice non dice neanche quel che potrebbe dire, e ch'è usata, oggi, dai teoristi e dai compari delle varie arti.
Insomma gli ottocentisti grandi e minori, da Carducci a Sacconi, da Puccini a Pellizzo da Volpedo, da Grosso a De Amicis, da Fogazzaro a Tosti e via dicendo sono gl'incolpevoli responsabili di questa epoca glaciale che oggi è discesa alla nostra patria mediterranea e solatia.
C'è, poi, un'altra causa: l'ammirazione infantile per la scienza, per i suoi metodi e i suoi trovati. I novecentisti rifiutano l'Ottocento artistico ma dall'Ottocento hanno ereditato la balorda superstizione scientista. La freddezza obiettiva di certa letteratura, le forme d'imitazione meccanica di certa architettura, la diffidenza razionalista verso tutto ciò che ricorda gli umani affetti sono le traccie di questo asservimento dell'arte alla scienza trionfante. E potrebbe essere antidoto a tale abdicazione la lettura di alcune bellissime pagine dello scienziato Whitehead, nelle quali è filosoficamente dimostrato che la colorazione e risonanza morale e affettiva delle cose sono altrettanto reali e concrete e positive quanto i dati puramente fisici e meccanici.
Collegata a questa causa è la terza: la sopraffazione e invadenza della critica ai tempi nostri. Le grandi epoche creatrici non hanno mai dato gran peso e posto alla critica e tutt'al più hanno ammesso la pura filologia. La critica vuol esser, di solito, scientifica o filosofica e perciò porta alla predominanza del raziocinio che reprime la libertà dell'ispirazione e raggela il generoso ardore dell'animo. Oggi molti critici pretendono d'essere artisti e di valere quanto gli artisti mentre in molti artisti c'è, occulto o manifesto, un mezzo critico e così a forza di sorvegliarsi, di controllarsi e, diciamo pure, di castrarsi, vien fuori quell'arte ragionativa e frigida che s'è visto.
Si dirà che il cervello è umano al par del cuore e, in un certo senso, tutto è umano. Ma ci sono differenze profonde. L'intelligenza ha origini pratiche ed è addetta a quella conoscenza che ha per fine la previsione, cioè il fare. Fantasia e passione, invece, sono forze disinteressate, assolute e divine, e loro sole permettono all'artista di confortare e di creare. L'intelletto puro è per sua natura dubbioso e discorde mentre il sentimento affratella, perchè primitivo e fondamentale. Il cervello divide e il cuore unisce; l'arte che vuol condurre tutti gli uomini all'unità dell'estasi contemplativa e gaudiosa deve per forza affidarsi al cuore più che al cervello. La «mania», che ai grandi greci sembrava l'essenziale del poeta, è il contrario della ragion ragionante. L'arte vuole, al par della fede, entusiasmo, estro, e amore, magari pazzia, e non già riflessione critica. I grandi artisti non si son mai fatti ammortire dalla critica ma la fortuna pretenzionosa della critica, quale oggi vediamo, è sempre stata segno di decadenza dell'arte.
Ma di questo disseccamento degli affetti caldi e fraterni v'è un'altra causa, ancora più dolorosa e profonda. Dal 1914 il mondo è in guerra perpetua, guerra aperta e guerra sorda, guerra tra gl'imperi e guerra tra le classi, guerra guerreggiata e guerra economica, guerra rossa e guerra bianca. Ogni popolo deve difendere la sua esistenza o mira a estendere o conservare il suo dominio; e ciò ha reso la vita quotidiana più difficile, più aspra, più costosa, più ardua per ciascun di noi. La lotta per la vita non è più una formula scientifica ma una dura verità giornaliera per piccoli e per grandi. Son cresciuti i bisogni e son diminuite le possibilità degli scambi e le comodità dell'ozio. Tutti devon lavorare, cioè combattere. A una età quasi idillica, quale fu quella tra il 1870 e il 1914, è succeduta un'età bellica, guerriera, anche nei paesi che godono in apparenza la pace. Ciascuno deve pensare a sè ed ai suoi; sempre più numerosi son gli obblighi, i pesi, í sacrifici. E si comprende subito che un tale stato di lotta perenne, fuori e dentro i confini, non è favorevole alla dolcezza dei sentimenti, alla spontaneità degli affetti. Per non essere soverchiato ogni individuo deve reprimere quei moti fraterni e quelle emozioni che potrebbero costituire un pericolo o almeno una debolezza. E reprimere significa, a lungo andare, sopire e ottundere. Anche gli artisti sono uomini e vivono in questo tempo, in questo clima, in questa atmosfera di spietato combattimento ed è naturale che l'arte loro ne risenta. Chi scriverà, ai nostri giorni, un lamento sulla decadenza dell'amore?
L'amore, il sommo amore, ci richiama all'ultima causa della disumanità dell'arte — alla dimenticanza o espulsione di Dio. Anche coloro che per abitudine, convenienza o ragione riconoscono l'esistenza di Dio sentono sempre meno la sua presenza. Il Dio delle teologie non riscalda i cuori; se Dio non è in noi, nel più profondo del nostro spirito, vita della vita, compagno e amico delle opere e dei giorni, è lo stesso che se fosse relegato tra le mura delle sue basiliche, adorato soltanto dalla luce dei consumabili ceri.
L'arte grande, anche quando, non discorre di Dio, - è sempre religiosa. E quando l'uomo trascura o ignora o nega Dio, credendo di magnificar sè medesimo, anche l'uomo, misteriosamente abbassato e impoverito, si vuota e si inaridisce. L'assassinio di Dio, tentato dai moderni, è, per legge terribile di contrappasso, il suicidio dell'uomo. L'uomo, per innalzarsi, deve mettersi in ginocchio. In società e in comunione con Dio l'uomo è potente e felice; se divorzia da Dio s'illude di salire e di arricchire mentre, in verità, si spoglia e discende. Straniarsi da Dio significa abbandonare il Cristianesimo, quella religione, cioè, ch'è stata sempre ispiratrice di quegli affetti divinamente umani che oggi, appunto, vanno sparendo dalle opere degli artisti ultimi.
Anche l'arte, io penso, è atto di amore, opera di carità, cioè essenzialmente cristiana. L'arte è destinata a sollevare gli afflitti, a confortare i malinconici e i solitari, a infiammare i distratti e i tiepidi, a far vedere i ciechi dinanzi alle meraviglie del mondo, ad allietare i poveri, a purificare i torbidi, gl'impuri, i peccatori, a fortificare i deboli, a rincuorare e a ricompensare i buoni. Se dinanzi a un'opera d'arte tu rimani qual'eri prima di conoscerla vuol dire che quell'opera non è arte autentica e grande. Ogni artista vero è un Orfeo, che ha per missione di mutare le fiere in uomini; un semidio che ha il compito di ringiovanire i cuori. Quando si contenta di trastullare i sensi o di stimolare null'altro che l'attività raziocinante non è un creatore, ma un infedele e un disertore. «Un libro fatto è men che niente se il libro fatto non rifà la gente», diceva il troppo spregiato Giusti. E questo non vuoi dire che si debbano tollerare e tanto meno ammirare quelle opere deteriori e malfatte che si propongono di beneficare l'uomo e di coltivare i buoni sentimenti. S'è parlato sempre, fin qui, di arte, cioè di arte autentica, valida e riuscita. Le opere fiacche e brutte non hanno efficacia alcuna e perciò non riescono neppure a fare il bene.
Non pretendo, con quel che ho detto fin qui, di poter cambiare le sorti e le tendenze attuali dell'arte e di volgerla nuovamente a quella che fu, in altri secoli, la sua gloria e la sua naturale destinazione. Ma la storia rende legittima una più o meno remota speranza. Vi furono, nel passato, altre epoche simili a questa, nelle quali l'inumano razionalismo parve vetrificare le anime e trattenere i caldi impeti della passione e della vita. Ma ci fu sempre una vittoriosa resurrezione.
Il Cristianesimo fu la risposta al disseccamento cerebrale, all'eclettismo frigido, allo scetticismo fiacco della decaduta antichità e da esso nacque e fiorì, tra il terzo e il tredicesimo secolo, l'infocato splendore dell'arte cristiana.
Il Rinascimento fu la risposta trionfante all'intristimento scolastico dell'esausto Medioevo, alle esagerazioni di un ascetismo convenzionale ch'era anticristiano prima che inumano.
Il Romanticismo fu la risposta allo sfinito e dissanguato classicismo che aveva ridotto a schemi accademici la pienezza vitale e umana della Rinascita.
Da qual parte verrà oggi l'ardente e vincente risposta all'arte disumana? Dall'Oriente, dal Settentrione o dalla nostra Italia? Non possiamo saperlo ma fin da ora ci sia concesso di aspettare e desiderare con fede una nuova rivoluzione spirituale, diversa da quelle che furono, che porti all'avvento di un'arte che potrebbe e dovrebbe chiamarsi «Arte Umanista».
Giovanni Papini
Dal testo del mio scritto risulta chiaro, per chi sa leggere e intendere, che la mia avversione all'«arte disumana» non significa affatto riabilitazione o nostalgia di certa insopportabile arte vecchia ritinta a nuovo, slombata e bugiarda, contro la quale hanno reagito giustamente i moderni. Ciò che ho detto dell'arte disumana non può e non deve servire di alibi a chi volesse rimettere in circolazione la scultura di Bistolfi, la pittura di Notte, l'architettura di Bazzani, la musica di Leoncavallo, la romanzeria di Barrili e roba simile.
E neppure potranno giovarsi di questo mio scritto coloro che son contrari, per sistema o puntiglio, a tutta l'arte moderna, anche agli sforzi sinceri che alcuni vanno facendo per dare opere che siano italiane umane e nuove senza cadere nei rifacimenti di realismi o accademismi mucidi che da un pezzo abbiamo concordemente rifiutato e rifiutiamo. Colla scusa di condannare i disumani non vogliamo tornare a mode morte, a stampi consunti, a ottocentismi malefici ricucinati alla novecento.
Il ritorno all'arte umana — ed eterna — non può e non deve significare a nessun costo ritorno alla mediocrità, alla vuotaggine, al piagnucolamento, al borghesume, all'imbecillità.
Vogliamo un'arte umana, cioè italianamente universale e cordiale, e non già un incauto restauro di mummie per le comodità di tenaci sopravvissuti: crediamo cioè a un'arte moderna, anzi modernissima, che della tradizione prenda il vivo perenne e tralasci le ridicolezze di ieri l'altro, di ieri e di oggi. E questa fede in una cosiffatta arte italiana non è soltanto mia ma corrisponde a ciò che il «Frontespizio» ha sempre cercato e vagheggiato e che d'or innanzi anche più consapevolmente perseguirà.
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